“A che serve, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo?” Gc 2, 14
Con questi interrogativi Dio è “piombato” nella mia vita e me l’ha stravolta. Una vita vissuta nella fede di una mamma e di una zia che me l’hanno trasmessa, e con essa l’amore per Santa Chiara. Una santa che per motivi familiari ho sempre sentito molto vicina a me. Una fede, quella della mia mamma, che mi ha sostenuto nei momenti difficili della mia crescita. Oggi, solo oggi, rendo grazie al Signore soprattutto di quei momenti che mi hanno modellata, plasmata, resa bella; oggi posso dire che quella mano che mi ha modellata, plasmata era la Sua. Dio ha puntato gli occhi su di me “sin dal seno di mia madre”. La sofferenza ha accompagnato la mia crescita, con tanti problemi di salute che mi hanno costretta ad allontanarmi spesso dagli amici, a vivere più a “riparo” dal mondo che mi stava accogliendo, a “sentirmi” sempre un po’ diversa e anche un po’ meno fortunata degli altri.
Una sofferenza, che mi ha costretta a lasciare dopo circa sei anni, la mia più grande passione, nella quale trovavo espressione, bellezza, respiro: la danza. Questa è stata una rinuncia che mi è costata molto. Anche a scuola ero spesso in rincorsa per recuperare le ore di scuola perse, ma la forza che mi sospingeva era speciale, così come l’incoraggiamento di mia mamma, una donna forte, che ha saputo spiegarmi così, con la sua presenza e fiducia in Dio il senso della vita. Così è cresciuta la mia fede in Dio: la sofferenza, la rinuncia della mia grande passione, la frequentazione degli ospedali di Firenze e San Giovanni Rotondo, per me seconda casa per molto tempo. In questi luoghi si è alimentato nel mio cuore il desiderio di aiutare gli altri, è cresciuta la mia sensibilità, ho versato tante lacrime “di crescita”. Quel seme piantato da Dio ha continuato a crescere, anche quando io non mi accorgevo. E’ arrivato il tempo bello dell’Università a Bologna; sono andata a vivere in un’altra città, da sola, con le mie paure per una vita vissuta all’ombra dell’ospedale fino a qualche anno prima, sfidando la bellezza della vita, del nuovo, del rischio, dei nuovi profumi, dei nuovi incontri riservati per me. Sfida ascoltata, accolta e vissuta anche attraverso una bella storia di amore che piano piano ha preso piede nella mia vita e mi ha donato quella scintilla di freschezza, di leggerezza e di tenerezza. Una storia che ancora una volta il Signore stesso mi ha proposto, perché è stato proprio attraverso di essa, che il seme dell’Amore più grande di
Dio è maturato e germogliato, riemergendo dalla mia stessa vita. Ci sono voluti circa quattro anni. Una storia di amore bella, appassionata alla vita, a tutto quello che riservava a me che stavo per diventare sociologa e a Simone che stava diventando archeologo. Un intreccio di interessi bello, pulito, entusiasmante che ha permesso alle nostre vite di prendere il volo. Un punto fermo nella nostra storia di amore: la preghiera!!! E quanta gioia quando ci ritrovavamo a lodare insieme il Signore, quando attraversavamo Napoli, luogo degli studi di Simone, con i pacchi di alimenti per i poveri, che sostituivano i nostri regali di Natale, quando nella natura e nelle lunghe passeggiate ammiravamo l’arte di Dio. Poi però ci sono degli incontri che cambiano la vita, la stravolgono, la arricchiscono. Io mi sono lasciata sedurre da Dio. Ad oggi posso dire di averlo fatto tutte le volte che ho accolto la bellezza e la fatica, la gioia e la sofferenza, il dono e la rinuncia nella mia vita. Dio è venuto ad incontrarci nella nostra storia di amore, lì è cresciuta la nostra vocazione. Abbiamo iniziato a guardare entrambi nella stessa direzione! Quella Parola di Giacomo mi ha tanto interrogata, mi ha invitata a spingermi oltre me stessa e l’occasione è giunta con l’arrivo del Crocifisso di San Damiano nel mio paesino, in occasione della

Peregrinatio del Crocifisso per gli 800 anni da quando il Crocifisso parlò a San Francesco. Un’iniziativa dell’equipe vocazionale dei frati minori di Puglia-Molise. Da Roma, dove intanto stavo completando gli studi della laurea specialistica in Sociologia delle Relazioni Interculturali, corsi al mio paesello in provincia di Foggia, Bovino. Quell'incontro mi ha permesso di alzare le braccia in segno di resa e di affidamento totale a Dio; in quella occasione a Dio, lì su quella croce, che guardava me, ho consegnato la mia vita. Era il mese di febbraio del 2006! Consegna che ho rinnovato nella totalità e per sempre l’11 agosto del 2018 sul monte de La Verna! Dopo l’incontro con il crocifisso di san Damiano e la breve ma intensa esperienza vissuta nei campi Rom di Roma con l’università sentivo sempre più crescere in me il desiderio di donarmi agli altri, che gioia era donarmi agli altri: tornava in vita quello che avevo sentito nei periodi di ospedale; ho iniziato a sentire che anche nella relazione con Simone mancava qualcosa, mi mancava la donazione totale. Con piccolezza e a passo di lumaca, per non perdere nulla di quello che mi stava accadendo, per gustare ogni emozione e desiderio che cresceva in me ho iniziato a camminare per davvero, a prendere in mano la mia vita, ad innaffiare quel seme che forse non volevo riconoscere, che probabilmente aveva bisogno di tutte le esperienze vissute, belle e brutte, per giungere a maturazione. Oggi riconosco l’amore che Dio mi ha donato, la bellezza della vita impastata alla sofferenza mi ha dato il coraggio di andare e di annunciare che una vita sprecata per Amore e profumata di Dio è possibile. Io la vivo da Clarissa Francescana Missionaria del Santissimo Sacramento, dove sperimento quotidianamente l’amore di un Dio che mi guarda e mi riscalda, delle sorelle che sono dolce e soave martirio, dice la nostra fondatrice Madre Serafina, che sono la grandezza di Dio per riscoprire se stesse! Di certo, senza la sofferenza e l’offerta di sé nulla acquisterebbe sapore, odore, pienezza! Tutto parla di Dio: mi stupiscono i tanti volti di mamme, bambini, ragazzi fino ad oggi incontrati nelle case di accoglienza che chiedono “solo” di essere amati, e quelli di tanti volti dei giovani che ad oggi incontro nel territorio di Bari e non solo, che chiedono di essere ascoltati, capiti, amati, incoraggiati! La bellezza di questa vita la sperimento nel bene che ricevo e che provo a fare ogni giorno mettendomi accanto ad ogni creatura che Dio mi fa incontrare!!! Il filo rosso che mi guida è la preghiera e la disponibilità del cuore a lasciarmi abitare da Dio come Lui vuole! Sull'esempio di Chiara di Assisi medito, corro e bramo di imitare Gesù, nella mia piccolezza e con le mie fragilità, riconoscendomi figlia amata da Dio!
Suor Valeria Tolli
CLARISSA FRANCESCANA MISSIONARIA DEL SS. SACRAMENTO
Mi chiamo Elisa e sono originaria di Sassuolo, paese nel quale sono nata 36 anni fa. La mia è la storia di una vita ordinaria, serena, familiare, senza sconvolgimenti appariscenti, ma che ha sempre “covato” un desiderio di straordinarietà che ho saputo decifrare e incanalare solo da “grande” e in un modo al quale sicuramente non avevo mai pensato.
I primi anni della mia crescita, fino all'adolescenza e alla giovinezza, sono scorsi come scorrono gli anni di chi è fortunato e ancora non lo sa. Ho avuto e ho una bella famiglia, di quelle che ancora amano stare insieme almeno nei giorni di festa quando il lavoro di tutti lo permette. I miei genitori non mi hanno mai fatto mancare nulla e nessuna opportunità di fare ciò che davvero mi piacesse. Questo non voleva dire abusare della libertà, ma saper scegliere come investirla: le mie scelte mi hanno sempre permesso di poter scegliere cosa fare…che sembra un gioco di parole, ma credo che la libertà, da una parte sia un dono, dall'altra, vada meritata con la fiducia.
Così sono cresciuta e maturata nella fede, oltre che tra le mura di casa, anche e soprattutto attraverso il cammino scout che mi ha vista impegnata dagli 8 ai 20 anni, permettendomi di conoscere me stessa e di vincere un po’ quella timidezza che sempre mi ha resa più fragile e impacciata delle mie coetanee. La formazione scout mi inoltre permesso di gettare le basi di quella che poi sarebbe stata, ancora a mia insaputa, la vita fraterna all'interno della vita religiosa anche se il cammino da fare rimane sempre un percorso in divenire.
Per il resto sono passati quegli anni in modo estremamente naturale e semplice, mi sono diplomata geometra, ho giocato a pallavolo, calcetto, ho imparato a strimpellare la chitarra, ho fatto la catechista per vivere maggiormente anche la comunità parrocchiale oltre a quella scout. Insomma, una ragazza come tante che, fin verso i 20 anni, ha vissuto tranquillamente la quotidianità e la sua fede, ma senza farsi mai particolari domande sul futuro e sulla vocazione.
Arrivato il tempo dell’università è arrivato anche un particolare tempo di lotta sulla direzione da intraprendere: lo scarso coraggio di allontanarsi da casa e la poca fiducia nelle mie possibilità mi hanno fatto ben presto rinunciare alla scelta che amavo, cioè la facoltà di Scienze Motorie. Iscritta a Giurisprudenza capii ben presto che non faceva per me. Un giorno, senza nemmeno accorgermene, mi ritrovai davanti alla facoltà di Scienze Religiose e qualcosa mi mosse a volerne sapere di più. Quattro anni dopo ho conseguito il Magistero e trovato amiche che condividevano la stessa passione per il Vangelo e per Cristo.
Qualcosa iniziava a smuoversi e ad interpellarmi, avevo tutto, ma mancava qualcosa di importante. Sapevo di essere una privilegiata eppure non riuscivo a capire quali tasselli mancassero per dare forma e senso alla mia vita che, all'apparenza, poteva sembrare perfetta: ormai lavoravo come insegnante di religione, avevo le mie amicizie e lo sport, il servizio in parrocchia, ma mancava l’anello di congiunzione di tutta questa sovrabbondanza di doni che mi erano stati fatti e io sapevo anche benissimo da Chi.
Così, un giorno, su consiglio di un’amica, mi recai alla Verna, luogo che solo successivamente ricordai di aver visitato una volta da piccola. Sul Sacro monte, luogo in cui Francesco aveva ricevuto le Stimmate, iniziai a sperimentare una grande necessità di silenzio e allo stesso tempo un tepore dell’anima che mi sorprendeva e, mentre mi donava pace, dall'altra parte iniziava a scombussolare la mia ormai consolidata ferialità.
Dal cuore della vita di Francesco e dall'incontro con le Clarisse Francescane Missionarie del SS.mo Sacramento è iniziato un tempo di discernimento e di riflessione sulla mia vita che ha cominciato a scardinare le mie prospettive future e i progetti fino a quel momento solamente idealizzati. Il Signore stava sconvolgendo lentamente ogni mio desiderio di controllare e schematizzare la mia vita per portarmi dove mai avrei creduto e fino a quel momento…desiderato! Mi sono sentita presa per mano e voluta bene, mai strattonata, ma accompagnata e sostenuta da Dio anche attraverso l’incontro con uomini e donne che mi hanno saputo mostrare un pezzetto del Suo volto e della Sua tenerezza di padre e madre.
Il primo tempo fu molto semplice, almeno organizzativamente…perché scoprii di abitare abbastanza vicino ad una nostra comunità di accoglienza per mamme e bambini in difficoltà a San Damaso, così iniziai a condividere un po’ del mio tempo con le sorelle di quella comunità attraverso la vita fraterna, la preghiera, il servizio, continuando a rimanere fedele agli impegni di lavoro e familiari. Solamente dopo un anno e dopo un’ estate di esperienze più intense e continuative, iniziò, a Bari, un tempo di accoglienza insieme ad altre ragazze che, come me, desideravano mettersi in discussione per cogliere l’invito che Dio stava facendo alle nostre vite. Dopo questo breve tempo la tappa successiva fu quella del postulato, a Cesenatico, tempo di conoscenza del carisma, ma soprattutto di conoscenza personale e di Dio all'interno di una comunità e con una sorella più avanti nel cammino affianco a noi per aiutare nel discernimento. Finito il tempo del postulato è iniziato quello del noviziato, tempo di due anni, fatto di maggiore silenzio e preghiera, ma poi anche di servizio nelle comunità della Provincia per fare esperienza diretta della vita consacrata nelle sue diverse sfaccettature. Al termine di questa tappa formativa, l’8 settembre 2011, il Signore mi ha donato di poterGli dire il mio Si nella formula della Professione Temporanea dei consigli evangelici e di intraprendere tangibilmente il cammino alla Sua sequela nella vita consacrata prima a Bari e poi a Trieste.
Infine, l’11 agosto 2018, alla Verna, là dove tutto era cominciato, o meglio, dove tutto aveva iniziato a prendere concretamente forma, insieme a sue sorelle: sr Michela e sr Valeria, ho emesso la Professione Perpetua desiderando con tutto il cuore di rispondere in pienezza all’ Amore che mi è stato donato da sempre da Dio.
Vivo oggi con gratitudine e fiducia nelle mani del mio Sposo, certa della Sua fedeltà e della Sua misericordia, perché possa essere felice secondo il Suo progetto d’amore per me e a beneficio del prossimo, ovunque Lui saprà condurmi.
Sr Elisa
CLARISSA FRANCESCANA MISSIONARIA DEL SS. SACRAMENTO
Mi chiamo Michela, sono di Cesena e sin da piccola i miei genitori hanno desiderato che crescessi nella fede accompagnata nel migliore dei modi, per cui hanno pensato di inserirmi nel gruppo scout del Cesena I, già frequentato da mio fratello maggiore. Il percorso scout è stato fondamentale per la mia crescita nella fede e ha segnato profondamente il periodo della mia giovinezza, dandomi la possibilità di sperimentare la bontà di Dio che si manifestava attraverso la famiglia, gli amici e la bellezza del creato. Al termine degli studi universitari la vita lavorativa a Bologna non mi ha permesso di continuare a seguire l’impegnativo cammino scout e ho cercato nelle parrocchie del bolognese un ambiente familiare in cui custodire la mia relazione con Dio. Nel 2002 attraverso una collega di lavoro ho iniziato a frequentare la parrocchia del Farneto, sui colli bolognesi, e lì ho incontrato un ambiente bello, animato da uno spirito di famiglia, che m’ha invogliata a riprendere un cammino più attivo nella Chiesa: è stato un progressivo riavvicinamento a Dio, avvenuto attraverso il servizio ai più giovani della comunità parrocchiale, la partecipazione alla vita di parrocchia, che piano piano mi ha portato a farmi delle domande. La mia vita era già perfettamente impostata: avevo lavoro, casa, amici… non mi mancava niente, solo aspettavo d’incontrare la persona giusta con cui crescere una famiglia. Avevo avuto una storia durata diversi anni, che si era conclusa qualche anno prima ed ero in attesa di qualcosa di nuovo, ma poco aperta ad ascoltare ciò che il Signore aveva riservato per me. La mia vita spirituale stava crescendo alimentata dalla Parola di Dio, dall’aiuto del confronto con il parroco, dall’esperienza del pellegrinaggio dell’Esodo e di quello in Terra Santa.
Nel maggio del 2006 ho maturato l’idea di aprire un po’ più le porte al progetto di Dio e ho accolto la possibilità che Lui potesse pensare per me a qualcosa di diverso da una famiglia normale… Avendo chiaro che non avrei mai scelto di entrare in convento, ho sentito però il desiderio di fare un’esperienza di missione. In breve mi sono ritrovata sull’aereo per la Tanzania, pronta ad affrontare una nuova avventura, da cui sono rientrata piena di gioia e con la consapevolezza che esiste un altro modo di vivere, diverso da quello occidentale, ma anch’esso ricco di bellezza, se pieno d’amore.
Una volta tornata alla quotidianità ho pensato che la cosa migliore da fare fosse ascoltare gli indizi che Dio mi lasciava nel terreno del mio quotidiano per intuire quale fosse il suo progetto su di me. La Parola di Dio mi parlava di costruire la casa sulla solida Roccia (Mt 7, 21- 27) ed io, prendendo spunto dalla Parola del giorno, cercavo di viverla nel luogo in cui mi trovavo: al lavoro, con gli amici, in parrocchia, in famiglia. Poco a poco ho sentito crescere dentro di me il desiderio di trascorrere il capodanno ad Assisi e lì il Signore si è manifestato facendomi conoscere all’Eremo delle Carceri, attraverso un semplice volantino, l’esistenza delle suore Clarisse Francescane Missionarie del SS. Sacramento, Famiglia religiosa fondata il 1 maggio 1898 da Madre Serafina Farolfi nel cuore della Romagna, a Bertinoro.
Inizialmente leggendo la parola “Clarisse” ho avuto il dubbio che la Sua proposta fosse la clausura, ma il nome veniva completato da “Francescane Missionarie del SS. Sacramento” e così ho compreso che il mio desiderio di missionarietà poteva sposarsi felicemente con la vita contemplativa. Leggendo il contenuto del volantino inoltre sono rimasta felicemente sorpresa dal fatto che la casa madre si trovasse a Bertinoro, luogo che avevo frequentato nelle uscite scout e nelle serate con gli amici. Scorrendo il contenuto del volantino ho letto che la casa della Provincia si trova in via della Torretta 23 a Bologna, indirizzo che conoscevo benissimo perché al numero 32 della stessa via abitava il professore con cui mi sono laureata in Matematica all’Università… Gli indizi erano chiari e non dovevo far altro che approfondire questa proposta che il Signore mi stava facendo.

Il 2 di gennaio 2007, al rientro dal capodanno illuminante, ho telefonato alla comunità di Bologna, pensando di incominciare a frequentare il Convento solo per la messa quotidiana, ma durante la telefonata una suora simpatica, felice di sapere che sono originaria di Cesena, mi ha fatto presente che c’era una comunità anche a Cesenatico. In me queste informazioni hanno risuonato come piccoli segnali di conferma del cammino che mi si stava aprendo: la casa di Cesenatico si trovava giusto nella strada parallela a quella in cui abitavano i miei nonni… mi è sembrato che il Signore stesse giocando a carte scoperte!!! È stato d’obbligo per me andare di persona a Cesenatico per capire un po’ meglio il messaggio di Dio e così, poco a poco, ho incominciato a frequentare la casa di Bologna durante la settimana e quella di Cesenatico nei fine settimana. Entrambe le case avevano un fattore comune: sono case d’accoglienza per mamme con bambini, ambienti che mi riportavano alla esperienza fatta in Africa. Giorno dopo giorno ho sentito che questi luoghi in cui il Signore mi ha condotto racchiudono tutto il mondo e il mio cuore ha incominciato ad allargarsi per poter contenere sempre più persone: la famiglia che Dio ha pensato per me. Ho compreso immediatamente che questa proposta, se accettata, comporta passi inevitabili: lasciare tutto per intraprendere un cammino di consacrazione totale a Dio, perché a questo mi sono sentita chiamata.
Rileggendo la mia storia alla luce di questi nuovi fatti, molti pezzi del puzzle che la compongono hanno assunto colori nuovi, ricchi di luce. Mi sono resa conto che tutto ciò che avevo mi è stato donato dall’Alto e ho sentito un desiderio profondo di restituire tutto con gratitudine a Colui che con grande fiducia ha ricolmato di beni la mia vita, affinché Lui ne sia l’unico Signore. A settembre del 2007 ho iniziato così un tempo di accoglienza nella comunità di Bari, poi ho proseguito il cammino nella Comunità S. Giuseppe a Cesenatico, in via Mazzini, dove oltre alla casa d’accoglienza per mamme e bambini c’è la casa di Postulato, tappa in cui ho fatto esperienza di vita fraterna e di servizio, alimentati dalla preghiera quotidiana, che trova il suo culmine nell’Eucarestia, nello stare in silenzio davanti a Gesù Eucarestia, cuore del carisma delle Clarisse Francescane Missionarie del SS. Sacramento. Nel 2009 ho proseguito il cammino con l’entrata in Noviziato a Bertinoro, dove l’8 settembre del 2011 ho fatto la Professione Semplice, iniziando per me un tempo di servizio in diverse comunità: Roma, Modena, Bologna, Palencia (Spagna).
L’11 agosto scorso, Solennità di Santa Chiara, al Santuario della Verna il Signore ha posto il suo sigillo su questo Amore nella solenne celebrazione eucaristica presieduta da Sua Eminenza Card. Angelo Comastri, in cui sr Elisa, sr Valeria ed io abbiamo fatto la professione perpetua.
Sento oggi la necessità di ringraziare il Signore per la bellezza del nostro carisma, espressione del desiderio di vivere la spiritualità di S. Chiara e S. Francesco, in cui la contemplazione trova il suo compimento nell’azione. Affido a Gesù Eucarestia, fonte inesauribile di ogni bene, la mia vita; a Lui s’innalza la lode in rendimento di grazie per ciò che compie in me e nelle mie sorelle, chiamate come Madre Serafina ad andare, accendere, portare l’Amore di Gesù Eucarestia in tutti.
Sr Michela
Clarissa Francescana Missionaria del SS. Sacramento
Se penso alla mia storia, a quello che mi ha portato oggi qui, il mio cuore si riempie di gratitudine, di stupore e di desiderio di restituire concretamente con la mia vita tutto il bene ricevuto.
Il Signore si è fatto strada nel mio cuore piano piano, in modo delicato ma incisivo e profondo. Ha avuto infinita pazienza, rispettando i miei tempi e la mia lentezza… ma scuotendomi al momento giusto.
Ultima di quattro fratelli, dalla mia famiglia ho ricevuto il dono grande della fede e di sentirmi tanto amata. Fin da bambina Gesù è stato per me una presenza importante e con Lui sono cresciuta, tra la scuola, gli amici e la parrocchia. A 17 anni mi sono fidanzata… ho creduto tanto in questa storia, mettendoci tutta me stessa e tutto l’amore di cui ero capace. Dopo due anni e mezzo però ci siamo lasciati ed è stata per me una grandissima sofferenza. Negli stessi mesi una delle mie sorelle è entrata in un monastero di clausura… dopo essere cresciute gomito a gomito ed aver condiviso tutto, mi mancava infinitamente. Due delle relazioni per me più importanti sono venute a mancare e sono stati mesi abbastanza bui e dolorosi… Ma in questa fatica restava un punto fermo: il Signore. La sua fedeltà. Lui era lì, sempre, a raccogliere le mie lacrime, a consolarmi, ad accogliermi, anche attraverso le braccia e il conforto della mia famiglia e di alcune amicizie importanti.
In questo tempo di fatica avevo bisogno di un posto dove poter stare un po’ da sola, dove poter “tirare il fiato” e sono andata per una settimana al Santuario della Verna, dove S. Francesco ha ricevuto le Stimmate. Lì ho incontrato per la prima volta le Clarisse Francescane Missionarie del SS. Sacramento. Una suora mi disse di aver trovato nella sua vita l’avventura che aveva sempre cercato. Questa frase accese nel buio che stavo vivendo una piccola luce… “Anch’io - ho pensato - ho sempre cercato un’avventura. Una vita vera, da vivere fino in fondo, fino all’ultimo respiro”… ma al di là di questo, in quei giorni, in quel luogo, il Signore mi ha incontrato. Sì, stavo male davvero, ma Lui è arrivato come un vento, che ha spazzato via le foglie secche, dicendomi che potevo lasciarmi nuovamente amare… e ha lasciato lo spazio per nuovi germogli. E’ come se da lì la mia vita fosse in qualche modo ripartita. Ci sono voluti altri due anni prima che io tornassi a sentirmi davvero di nuovo felice. Avevo tanto desiderio di tornare di nuovo a La Verna, serena, questa volta, per ringraziare. E tra gli esami dell’università e il tirocinio sono riuscita a trovare una settimana libera. Con altri giovani ho partecipato al corso “Hai guardato me” e in quei giorni, guardando una delle suore che ci accompagnava, mi ricordo di aver pensato: “Anch’io voglio vivere così!” … “Così come??” Mi sono detta poi… e sinceramente mi sono un po’ spaventata. Per un po’ ho fatto finta di non averlo pensato… ma non potevo fingere troppo a lungo.
Tornata a casa ho finito l’università, ho trovato lavoro… ma restava in me una grande sete di una vita piena, bella, intensa… una vita semplice, spesa con tanta libertà e gratuità. Nel mio cuore c’era il desiderio di vivere il Vangelo insieme agli altri… era questo quello che cercavo. Così ho cominciato a conoscere un po’ di più le suore che avevo incontrato a La Verna… c’era qualcosa che mi attirava, anche se non sapevo bene cosa. Ma qualcosa in tutto questo non funzionava… pensavo che questa vita vera che cercavo ci fosse sicuramente, ma chissà dove! Certamente non lì dove già ero. Cercavo in fondo una fuga da una quotidianità che mi pesava. Nel frattempo, giusto per non farmi mancare niente, mi sono innamorata di un ragazzo… mi sembrava di sentire che fosse proprio lui quello che il Signore aveva pensato per me! Forte di questa convinzione, nonostante la mia timidezza, mi sono fatta avanti… con tanta costanza e tanta pazienza… per un bel po’ di tempo! Ma le cose non sono andate, per cui mi sono detta che forse mi sbagliavo… dopo qualche mese ho chiesto di fare un’esperienza di un mese per conoscere meglio queste suore. Convinta che avrei capito tutto e che avrei così trovato la mia “vocazione”… beh, non è stato proprio così! Al termine di questo mese non avevo ancora niente di chiaro… e senza sapere nulla del mio cammino, questo ragazzo si è finalmente fatto avanti! A quel punto davvero non ho capito più niente. Ma una cosa forse cominciavo a capirla: fino a quel punto ero stata io a voler dirigere la mia vita, a voler capire. Non accettavo di lasciare le redini, di fidarmi davvero di Dio, di mettere davvero Lui al centro della mia vita. Al centro c’ero ancora io, con i mei desideri e i miei progetti. E così ho lasciato perdere le suore ed ho lasciato perdere anche questo ragazzo. Ho solo rimesso al centro Dio. Lì, nella mia quotidianità. Lì, dove già ero. E Lui mi ha chiesto di non essere tiepida! Tutto ha cambiato gusto. Quello che prima mi pesava tanto, il mio lavoro, i miei impegni, sono diventati luogo di incontro, di crescita, di gioia. E in questa quotidianità, è stato Lui a guidarmi. Quello che prima volevo prendermi da sola, è stato Lui a rimettermelo tra le mani. E ora potevo accoglierlo con tanta gratitudine! In modo un po’ casuale e non voluto da me, mi sono trovata ad andare a Bari a vivere qualche giorno con queste suore… e lì mi sono sentita tanto a casa… e dopo essere stata un’altra volta a La Verna, mi sono decisa… ho chiesto l’aspettativa al lavoro e sono partita. Tra tanti dubbi e incertezze sul futuro, ma seguendo quel piccolo passo luminoso che il Signore mi mostrava nel mio oggi. E dopo quel piccolo passo luminoso, la strada pian piano si è aperta sempre di più e lo scorso gennaio, insieme alle mie compagne Chiara e Veronica, abbiamo fatto la prima professione, in questa famiglia di Clarisse Francescane Missionarie del SS. Sacramento.
Cosa mi abbia davvero spinto all’inizio non lo so. Ora posso dire che far parte di questa famiglia è per me un dono grande e bellissimo… avere Chiara e Francesco come punti di riferimento per seguire sulle loro orme il Signore, con tutta la verità di cui sono capace, lasciandomi provocare dal loro esempio, imparando da loro cosa vuol dire lasciare tutto per Cristo, cosa vuol dire amare le mie sorelle, cosa vuol dire il servizio… avere l’Eucarestia al centro, come ci insegna la nostra fondatrice, Madre Serafina, per imparare che riceviamo tutto, che siamo oggetto di un amore immenso e sviscerato da parte di Dio… e che in risposta non possiamo far altro che ringraziare, adorare, amare ed andare a “Portare i Misteri” a tutti coloro che incontriamo, per condividere questa gioia ed accendere i loro cuori.
A me non resta che cercare di vivere giorno dopo giorno tutto questo e rendere grazie al Signore che guarda la mia piccola vita con tanta bontà! Grazie a Lui per essere senso e pienezza di ogni momento!
Suor Daniela Biasi
Clarissa Francescana Missionaria del SS. Sacramento
P.S. La canzone è composta e cantata da suor Daniela
Posso dire che il mio cammino di ricerca è iniziato proprio quando mi sono resa conto di questo sguardo d’amore posato su di me. Prima la mia vita scorreva abbastanza normalmente: studio, amici, divertimento, impegno nella Gioventù Francescana…ma non mi ero mai fermata a riflettere su dove stavo andando. Era normale pensare ad un lavoro, ad una famiglia tutta mia, cose che tutte le ragazze sognano, c’era, però, qualcosa che mi faceva percepire che non ero veramente felice, ma per paura non ascoltavo mai quel senso di insoddisfazione che mi accompagnava.
Non c’è stato un momento particolare che ha segnato la mia vita ma un susseguirsi di esperienze, desideri, attese... Sicuramente l’esperienza più intensa l’ho vissuta durante il cammino della Marcia Francescana. In quei giorni ho fatto esperienza di questo grande amore che Lui, infinitamente buono e misericordioso, donava a me, piccola e fragile…non ho più potuto opporre resistenza…
Da qui, non senza paura, è iniziata la mia ricerca, accompagnata da un frate e da una suora, e, grazie al confronto quotidiano con la Parola di Dio, ho compreso che Lui mi stava invitando a seguirlo e in particolare mi invitava a seguirlo nelle Clarisse Francescane Missionarie del Santissimo Sacramento. Di queste suore mi colpiva lo spirito di accoglienza, la loro semplicità, la loro gioia, il loro apostolato tra la gioventù più povera e abbandonata, il loro carisma contemplativo-attivo! Quando ero con loro mi sentivo a casa, mi piaceva la loro vita…con loro ero serena e soprattutto non c’era quel senso di insoddisfazione. Non posso nascondere che in me c’era tanta paura, era qualcosa di grande ciò che Lui mi stava chiedendo.
Allo stesso tempo,però, risuonavano forti le parole del Vangelo “non temere”, “il Signore è con te”, “nulla è impossibile a Dio”…Esse mi hanno aiutata a fidarmi e allora ho detto il mio primo SI, iniziando il cammino di accoglienza, postulato, noviziato fino arrivare ad oggi con la Professione dei Voti Temporanei. Da allora sono passati cinque anni. Un cammino di consapevolezza della mia fragilità, ma certa della Sua fedeltà.
Oggi posso dire di essere davvero felice e di vivere la vita in pienezza! Questa scelta non è facile (anche se credo che ogni altra scelta, se vissuta seriamente, non sia da meno), comporta delle rinunce, delle fatiche, un morire a me stessa, giorno dopo giorno, nonostante le mie tante resistenze, per potermi abbandonare a Lui, ma sperimento anche pienezza di vita perchè sento che sto vivendo fino in fondo.
Ho scoperto la bellezza del lasciarsi amare e dell’amare senza riserve…non potrei mai desiderare una vita diversa e ringrazio il Signore per il dono della chiamata, per il dono della mia famiglia e per i valori cristiani e umani che mi hanno trasmesso da sempre, per il dono del cammino nella Gioventù Francescana e per tutte le persone incontrate in questo cammino di discernimento!!!
...Lasciarono tutto e lo seguirono’
Sr Chiara Trotta
Clarissa Francescana Missionaria
del SS. Sacramento
Riconoscere tra le tante voci la sua Voce, distinguere il suo Volto tra tanti volti, lasciarsi raggiungere e incontrare da Lui che ti viene a bussare al cuore…
Non è immediato né semplice per un’anima ancora inesperta dei linguaggi di Dio decifrare le modalità segrete e misteriose del suo comunicarsi e rivelarsi. E’ l’esperienza intima di un incontro che nel tempo cresce e matura e si rivela sempre più importante ed essenziale, fino a diventare il tutto che dà senso ad ogni cosa e ad ogni vissuto.
E così, nell’intimità del cuore e dell’anima è iniziata la mia esperienza con Dio, quando ancora in modo confuso e indefinito ho iniziato a percepire e intuire la sua Presenza nel mio piccolo mondo di adolescente, una Presenza che in modo discreto ma via via sempre più forte e più insistente chiedeva di entrare e abitare le mie giornate e la mia storia.
Erano gli anni della mia appartenenza entusiasta alla GiFra, anni di grandi scoperte all’interno della fraternità francescana, pieni della meraviglia di aver intuito la realtà di un Dio finalmente accessibile, giocoso, vicino, interessato e coinvolto nella mia storia. La testimonianza gioiosa dei nostri frati poi mi parlava di un segreto nascosto di felicità piena che decisi di voler anch’io scoprire e raggiungere.
Mi sono così messa in cammino per conoscere il Volto di Dio, ricercandolo nel Vangelo, nella Chiesa, nel servizio, nella preghiera silenziosa, leggendo il suo passaggio negli incontri e negli avvenimenti del mio quotidiano. E più lo conoscevo, più di Lui tutto mi affascinava: il suo “carattere”, il suo modo di pensare, di amare, di scegliere, di agire, di reagire …
E così ho iniziato a camminare, trovando nel Vangelo e nell’esempio di Francesco e Chiara di Assisi una strada, una motivazione e una meta, una direzione che mi hanno salvata dal non senso e dal disorientamento nelle scelte di vita.
Studentessa del Liceo Classico coltivavo le mie amicizie e tutti gli interessi e tutte le esperienze che una giovane della mia età normalmente poteva vivere; ma nel profondo, pur nel divertimento ricercato e condiviso, qualcosa (…o Qualcuno?) mi sussurrava dentro e mi diceva:“C’è di più… C’è di più!”, come se niente, in fondo, mi accontentasse e mi riempisse realmente il cuore.
Nella mia sete di ricerca della Verità sulla vita e su me stessa, decisi di intraprendere gli studi di Scienze Religiose, e presto mi ritrovai ad insegnare in diverse scuole.
A 23 anni avevo già tutto: lavoro, amicizie, soldi, libertà, indipendenza… Eppure ancora quel sentire in profondità: “C’è di più! Ho tutto, ma questo tutto non mi basta!”
Pensai anche che la causa della mia segreta insoddisfazione fosse la mancanza di un amore condiviso… ma anche nella dimensione affettiva ogni amore mi sembrava “ancora troppo poco e troppo piccolo” e ogni impegno affettivo “bello ma limitante”.
“C’è di più!”
Non so esattamente a cosa pensassi, ma certo l’idea di poter diventare suora non mi ha mai sfiorato la mente. Sentivo solo il bisogno di libertà interiore, la possibilità di abbracciare orizzonti ampi, la necessità di essere utile agli altri, di dedicare tempo ed energie a ciò che è il “bene”, in tutte le sue forme ed espressioni.
Solo lì infatti, nella donazione e nella fatica della dedizione agli altri, sperimentavo una pienezza e una gioia piena che non provavo altrove. Una gioia che mi fece aprire gli occhi e il cuore a una Verità: “Solo donandosi ci si ritrova; c’è più gioia nel dare che nel possedere”.
E in questi pensieri ebbe inizio la mia inquietudine interiore e la mia preghiera accorata al Signore: “Signore, cosa vuoi da me?... Perché ho tutto e niente mi fa felice?... Cosa mi manca ancora?... Non ti sto già dando tutto, il mio tempo, le mie energie?... Cosa vuoi da me?”
Ricordo che immersa in questa mia preghiera, un giorno un fremito mi attraversò il cuore all’affacciarsi di un pensiero che avrei voluto immediatamente soffocare: “Mi hai dato tutto, sì… ma stai tenendo ancora te stessa!”
In un attimo ho sentito che tutto mi è crollato intorno e addosso… Ho sentito tutta la mia realtà sgretolarsi come sabbia: le mie sicurezze, il mio lavoro, la mia famiglia, le mie amicizie, il mio paese, la mia passione per la Gifra e il mio impegno nella Chiesa, i miei progetti … Davanti a Lui ogni cosa appariva nulla!
Forse… mi stava indicando una strada di felicità per me inedita, lastricata con le pietre della radicalità e della totalità. Questo pensiero mi terrorizzava e allo stesso tempo mi dava interiormente una strana pace.
Avevo sentito parlare delle Clarisse Francescane Missionarie del SS. Sacramento, che nel nome riassumevano i quattro ingredienti e il programma di vita che già ricercavo nella mia realtà di giovane gifrina: Chiara, Francesco, la missione e al centro l’Eucaristia.
Raccolsi il coraggio e partii per La Verna, col proposito di conoscerle e trascorrere da loro un tempo di preghiera.
Stetti con loro poco più di un mese. Mi bastò per svelare nel silenzio e nell’ascolto profondo la verità di me stessa. E compresi quale è il mio posto e la pienezza di felicità nella mia vita: accanto a Lui!
Sr Vittoria Sechi
Clarissa Francescana Missionaria del SS. Sacramento

Santuario de La Verna
sr Andreina Piras racconta le meraviglie di Dio...
Vocazione, consacrazione ed invio missionario.
Sono nata a Sanluri in Sardegna il 5 giugno del 1931. Mia mamma mi raccontava che al momento del parto sarei venuta al mondo podalica e che aveva molta paura. Era il giorno della festa del Corpus Domini e, mentre giaceva nel letto con le doglie del parto, passò proprio davanti casa la processione del Santissimo: pregò allora Gesù di aiutarla a far venire al mondo sua figlia ed il parto avvenne infatti senza problemi. Questo episodio marcò sin da subito la mia vita e la devozione a Gesù sacramentato si legò indissolubilmente al miracolo della mia nascita. Eravamo sei sorelle e due fratelli ed io ero la più piccola. Mia sorella Augusta morì a 18 anni, nel 1944. Durante un periodo non potevamo bere acqua a casa perché era contaminata; purtroppo lei bevve dal pozzo infettato e cadde sotto febbri altissime per una settimana. Mio fratello, che era in servizio all’ospedale militare, saputa la notizia, commentò che il Signore se l’era raccolta. Questo fatto mi impressionò molto e mi fece riflettere. La sua morte fu un evento particolarmente intenso per la mia famiglia. Mio fratello le fece una flebo molto forte ed Augusta tornò in vita, chiamò la sorella Antonina ed esclamò: “l’altro mondo esiste! Vengo da lì: è troppo bello, mi dispiace lasciarvi, ma me ne vado, me ne vado”. Mia mamma mi raccontò poi che poco prima di morire mia sorella le parlò anche di persone del paese decedute che non conosceva: “guarda, c’è anche Bonaria, c’è anche Lei, la Madonna!”; dopodiché spirò. Queste sono cose che rimangono nel cuore. Era troppo bello. “Allora”, pensavo, “che faccio in questo mondo? Me ne vado”. Avevo all’epoca 13 anni. Esposi queste mie riflessioni al confessore e lui mi disse che o mi sposavo, o mi facevo suora o sarei rimasta sola ed aggiungeva che la via più bella era quella di farsi suora. Quel sacerdote mi aiutò tanto; mi spronava ad essere più paziente, a vivere la carità ed usare la gentilezza. Ricordo che scrivevo su di un quaderno i miei peccati. Il giorno della Cresima, subito dopo la guerra, nel 1945, a 14 anni, ebbi una grande gioia: sentii dentro di me come la conferma della mia vocazione a farmi suora. Il sacerdote mi consigliò però di non dire niente in famiglia: avrebbero dovuto accorgersi di tutto dalla mia condotta. Un giorno che ero intenta a spazzare nel cortile di casa mia dopo un intero giorno di pioggia, mio fratello mi vide e se ne uscì con una battuta sarcastica: “ma che vuoi fare penitenza?! Mica ti vorrai far suora?!”. Ricordo che quel commento confermò dentro di me la mia vocazione. Volevo però in particolare andare in missione: mia mamma mi comprava i quaderni delle missioni salesiane che avevano sulla copertina le immagini delle storie delle suore e passavo il tempo a guardarle incantata. Si trattava a quel punto di scegliere l’ordine religioso giusto. Avevo una sorella, Agnese, che anche lei era intenzionata a farsi suora e divenne salesiana. Ricordo che al momento della selezione giunse in paese un’ispettrice dell’ordine che mise tutte in fila le aspiranti e scelse tutte le più belle. Fu una cosa che non mi piacque e confessai ad un frate cappuccino che non volevo farmi salesiana. Quel frate cominciò così ad elencarmi gli ordini di suore, finché non arrivò a quello delle Clarisse Francescane Missionarie del Santissimo Sacramento. Lo fermai subito. Erano missionarie, come volevo io, ed erano devote del Santissimo Sacramento. Mi consegnò perciò le Costituzioni dell’Istituto e ricordo che, lettale, rimasi perplessa sulla possibilità di riuscire a stare tanto in silenzio, col carattere deciso che avevo. Oggi posso dire che mi fece giustizia poco a poco la vita religiosa.
Mi eccitava soprattutto la missione e la mia iniziale volontà era di andare in India. Sin da piccola riunivo le ragazze in strada e le facevo pregare e fare la processione; quello che imparavo a catechismo lo ripetevo agli altri.
In Bolivia e Argentina. Le missioni a Cuevo e Ivu. Le prime esperienze.
Scrissi così alla Madre Generale dell’Istituto per essere accettata, chiedendo sin da subito la missione. La Generale mi rispose subito che mi avrebbero presa, senza chiedere nulla e senza bisogno di portare alcuna dote. Fui assai contenta, anche perché di dote non ne avevo proprio! “Dal paese” mi scisse “passerà una suora e tu andrai con lei”. Fu il mio confessore ad organizzare la partenza. Scelse l’ora in cui i miei familiari tornavano dalla campagna. I miei accolsero bene la mia scelta: mio papà commentò che bisognava rispettare la volontà del Signore e che era molto contento perché aveva tre figlie chiamate da Dio; mia madre, quando le confidai che volevo farmi suora pianse di gioia e mi disse che aveva pregato perché, visto che il Signore non aveva voluto lei, almeno prendesse una sua figlia. Partii da casa il 9 dicembre del 1949. Solo papà mi accompagnò fino alla nave ad Olbia. Il resto si fermò a metà strada. Fui accolta dalla generale a Roma ed il giorno 13 entrai come probanda a Ravenna e poi come novizia a Bologna, perché il nostro convento di Bertinoro era stato bombardato. Presi nel frattempo il nome di Suor Ubalda, dal nome del cappellano del probandato. Il 31 maggio del 1950 feci la prima professione, dopodiché mi recai a Roma per due anni a studiare da maestra d’asilo. Cercavano missionarie per India, Argentina e Bolivia ed ovviamente io spingevo fortemente per l’India. Mi comunicarono però che l’offerta che mi riguardava era per Argentina e Bolivia. Ero contrariata ed in questo stato d’animo mi recai a confessarmi alla Scala Santa a Roma. Lì il confessore fu breve: “il Signore ti manda in America”. Ho sempre trovato persone decise nella mia vita. La generale mi spiegò dunque la missione in Bolivia. Partii il 3 novembre 1951 da Genova, imbarcata sulla nave “Augustus”. Era con me anche la consorella responsabile della missione di Bolivia e Argentina. La nave, sulle coste africane, prima della tappa di Dakar, ruppe le eliche su un banco di sabbia. Mi ricordo che era notte e vedevo solo i denti bianchi della gente di colore che sopraggiungeva. Avevo voluto gli indiani ed invece avevo ottenuto gli africani! Arrivammo a Buenos Aires e rimanemmo là quindici giorni prima di spostarci in treno in Bolivia, con un viaggio di due giorni. Giungemmo prima a Yacuiba e poi a Boyuibe, nella provincia di Santa Cruz. Da lì in camion raggiungemmo Cuevo, la mia prima destinazione. Era notte e le consorelle mi accolsero con gioia. Cominciò così la mia missione. Non sapevo lo spagnolo, non potevo però neanche parlare l’italiano; mi misero allora con i bambini dell’asilo. Ma mi divertivo: non c’era né acqua né luce, perciò prendevo i bambini sporchi, li portavo al fiume e li lavavo. Passando il tempo imparai un po’ di spagnolo. Mi affidarono perciò i bambini di terza elementare. Per insegnare dovevo imparare a memoria in spagnolo la lezione degli alunni. Una volta, per dire “due per otto” dissi “due parotto”, che in spagnolo significa “due fagioli”: tutti i bambini si misero a ridere e cominciarono a prendermi in giro; ricordo che ci rimasi assai male, ma la superiora mi riprese subito: “devi accettare di sbagliare”, mi rimproverò. Nel 1954 fui inviata ad Ivu, per collaborare con una comunità di frati. Il padre occupava le suore con lavori di casa e nei campi col granturco: si viveva di quello. Un giorno volli andare a cavallo a visitare le capanne degli indigeni. Appena arrivata fui subito presa da un’indigena che mi pregò: “Signora, fai miracolo per quest’uomo!”. Entrai nella capanna di rami e fango e trovai un uomo con una grossa infezione sul petto. In borsa avevo una lametta e dell’ittiolo; lo pulii e incisi un segno di croce con la lametta sull’infezione, poi mi tolsi il velo e, usandolo come garza, lo disinfettai. Dopo quindici giorni il campesino tornò a cercare “la suorina dalla mano santa”. Venne la fila di gente a cercarmi per essere curata, ma io non ero infermiera e mi rifiutai. L’anno successivo, nel 1955, fui destinata all’Argentina, a Buenos Aires, nel collegio del Santissimo Sacramento. Ci rimasi fino al 1958. In quel tempo assistetti alle turbolenze del golpe contro Peron ed alla caccia alle streghe contro i cristiani.
Nel 1959 tornai poi per tre anni a Cuevo, che mi piaceva più di Buenos Aires, ma nel 1960 mi ammalai e dovetti subire un intervento al fegato all’ospedale di Tartagal, città argentina poco dopo il confine dove rimasi fino al 1963, ospitata nel convento di Santa Caterina. Un’altra volta una bambina cadde dal tavolo di casa e non camminava più. La caricai sulla camionetta e la portai in Argentina a Tartagal: lì scoprirono che aveva in realtà la poliomielite. Subito ordinarono la chiusura delle frontiere con la Bolivia e mi trovai in grandissima difficoltà. In realtà io avevo passato il confine con in mano un certificato di frattura, ma venni accusata di aver introdotto la poliomielite in Argentina e di aver causato la chiusura della frontiera. Il capitano che mi interrogò al confine fu durissimo con me. Chiesi allora che mi portassero l’originale del certificato medico di frattura che avevo dato a Tartagal e questo mi salvò. Ci rimise purtroppo il medico che aveva firmato il referto, perché ebbe una sospensione dal servizio di tre anni. La poliomielite causò la morte di una trentina di persone. Un’altra volta ancora arrivò al collegio all’una di notte un bambino che aveva ricevuto un calcio in testa da un cavallo. Era periodo di carnevale e il dottore non c’era perché era ubriaco. Con un vicino che poteva guidare l’ambulanza lo portai a Tartagal dove trovammo il famoso medico che aveva studiato a Cuba. Pregai col babbo tutta la notte, durante l’operazione. Al mattino successivo il bambino si era risvegliato: il medico si mise a piangere, mi prese le spalle e mi disse: “ce l’abbiamo fatta!”. Fu una combinazione che quella notte di turno c’era lui. Qui c’era la mano del Signore. Accadde anche che passai la frontiera con un moribondo sulla camionetta. Avevo portato a Tartagal una persona che stava molto male. L’avevo lasciato con la moglie e la diagnosi era stata epatite e meningite. Tornata a casa cominciai però a sentirmi male anch’io. Mi aveva contagiata. Tornai allora a Tartagal per farmi curare e là mi lavarono il sangue con le flebo. Mentre ero in ospedale l’uomo si aggravò e chiese di me. Stava morendo quando lo vidi e non riusciva a dire quel che voleva. Lo imbeccai: “vuoi tornare a casa dai tuoi figli?”. Il medico mi disse che non ne voleva sapere niente. Decisi allora di caricare il moribondo sulla camionetta. Alla frontiera mi venne la paura di far passare un morto senza autorizzazione; pioveva e al controllo militare dissi solo che avevo un malato, dopodiché accelerai per arrivare rapidamente allo spazio libero. Giunsi al collegio sotto la pioggia mentre le suore facevano gli esercizi spirituali. Mi dissero: “stiamo meditando sopra la morte”. Continuai allora da sola con la camionetta per portare l’uomo a casa sua, ma ormai quasi alla meta affondai nel fango; per fortuna vennero dei vicini ad aiutarmi con le pale ma, appena videro l’uomo, si fecero tutti il segno della croce. Mi aiutarono perciò a liberare la camionetta e lasciai l’uomo, che ormai era deceduto, con loro. Alla frontiera il giorno dopo, quando tornai all’ospedale per continuare le cure, mi accusarono di aver portato un morto, ma io risposi che era solo grave. A Tartagal infine mi lavarono il sangue e tornai guarita a casa. Nella mia vita missionaria non ho solamente insegnato e aiutato i malati; ho fatto anche catechesi ai soldati, perché ero cappellano militare. Ricordo la prima volta che entrai in caserma erano tutti in fila sull’attenti. Seppi che molti dovevano essere totalmente catechizzati e tanti di loro accettarono la fede e la vita cristiana. Il giorno della prima comunione, il loro comandante, molto severo, straordinariamente accettò anche di essere comandato da me di servire cioccolato ai suoi soldati. Fu una cosa eccezionale, perché era noto tra i suoi uomini per l’estrema durezza di carattere.
Rischio l’arresto.
Sono anche stata quasi arrestata. Quando la Bolivia divenne repubblica, il presidente Victor Paz concesse la libertà di aprire le scuole a tutti, ma stabilì che l’insegnamento era a carico dei genitori degli alunni. Noi protestammo. Ricordo che il parroco mi disse: “vai in piazza”, ma poi mi lasciò sola. In mezzo alla manifestazione ad un certo punto si levò una voce verso di me: “Cosa dice la Chiesa?”. Presi allora la parola: “siamo qui in missione per i poveri, non per i ricchi. Non possiamo chiudere le porte ai poveri! Che accade al presidente, che prima apre le scuole a tutti e ora le chiude? Il collegio rimarrà chiuso finché non sia aperto per tutti!”. L’indomani venne a cercarmi la polizia. Andai in caserma, ma ebbi l’accortezza di consegnare i miei documenti alle mie consorelle. Durante il cammino mi vide anche la segretaria della scuola. L’ufficiale inferiore mi maltrattò molto, ma era proibito mettere in galera un religioso senza giudizio. Venne perciò il giudice di pace che mi difese, chiedendo il diritto d’asilo in Italia come straniera. Ricordo che commentò che chi sta sotto una bandiera ha i diritti di quella nazione e che io davo loro una lezione di civiltà. Mi portarono poi davanti al giudice civile che, indirizzandosi verso di me mi disse: “è lei Suor Ubalda?”. Al mio assenso esclamò: “mi perdoni per il crocifisso che porta!”. Al che io replicai: “se io sono libera dovrebbero essere liberi anche gli altri che sono stati trattenuti con me”. Fu così che il giudice ci liberò tutti. In tutto rimasi in caserma due ore. Nel frattempo la segretaria che mi aveva visto andare in caserma aveva suonato le campane ed aveva convocato alcuni genitori per manifestare per la mia liberazione.
L’Argentina di Peron.
Lei è stata anche testimone di periodi storici cruciali dell’America latina: la crisi del peronismo e la cattura di Che Guevara in Bolivia. Ce ne può parlare?
Sì, per l’Argentina effettivamente arrivai a Buenos Aires nel 1955, nel periodo di maggior turbolenza del governo di Peron e ci rimasi fino al 1958. Già in viaggio sul treno, insieme ad una consorella, incontrai un impiegato che avevo conosciuto all’ospedale di Tartagal il quale mi disse di non scendere in città perché c’era la rivoluzione contro i cristiani. Effettivamente quando arrivai in stazione c’era davvero gente che gridava “A morte suore e preti!”. Fu proprio in quel periodo che avvenne la guerriglia del Corpus Domini. Durante una manifestazione nel giorno del Corpus Domini, l’11 giugno 1955, fu dato fuoco ad una bandiera argentina; i peronisti incolparono dell’episodio i cattolici. Il 16 giugno, i golpisti, nemici di Peron, bombardarono Plaza de Mayo, dove si trovava il presidente, mancandolo però. Fu uno dei momenti più duri; si avverò la profezia di don Orione che aveva detto che sarebbe scorso il sangue per le strade di Buenos Aires: come risposta i peronisti bruciarono sette chiese, tra cui quella di santo Domingo e di San Francesco. Anche noi dovemmo scappare; i conventi non erano sicuri. Furono per noi tre anni di sofferenze: di notte andavamo a dormire a casa di amici; io, in particolare, avevo trovato alloggio dal fratello di una mia amica suora. Per le strade giravamo vestite da civili. Peron rimase al potere ancora per poco, dopodiché fuggì su una nave militare paraguaiana che i golpisti non potettero attaccare. Alla fine andò in esilio. Quando fuggì festeggiammo. Lasciata l’Argentina, si scoprì che sotto la casa Rosada c’era un tunnel che portava al mare, che lui usava per condurvi i nemici che faceva morire affogati. Ricordo che fra le atrocità di cui venni a conoscenza ci fu anche il racconto di una signora che era rimasta di notte al cimitero e che aveva visto i soldati che nottetempo portavano i nemici al forno crematorio. Peron manifestò la sua spietatezza soprattutto dopo la morte di Eva. Invitava a pranzo le figlie dei peronisti e metteva un foglio sotto il piatto delle donne che gli piacevano: se queste si rifiutavano le uccideva.
La cattura e morte di Che Guevara in Bolivia.
Per quanto riguarda la storia del Che in Bolivia, lui arrivò con un gruppo di guerrilleros ed andò a nascondersi nella cordillera andina di Camiri, nel Chaco boliviano. Erano aiutati da un italiano ed un francese, Debray. Questi due arrivarono alla frontiera con lasciapassare da giornalisti, per portare aiuti economici al Che, ma furono presi perché i documenti risultarono falsi. Il gruppo di guerrilleros fu perciò costretto a rubare generi alimentari nelle campagne e vennero conseguentemente denunciati dai contadini che vedevano sparire animali e prodotti di loro proprietà. L’esercito inviò allora un contingente di soldati di prima leva, con armi argentine, perché i boliviani praticamente non avevano munizioni proprie, ma furono attaccati e sconfitti dal commando del Che. Un ufficiale boliviano fece finta di essere rimasto ucciso e riuscì così a tornare al comando riferendo che i ladri denunciati dai contadini non erano affatto dei ladruncoli, ma guerrilleros, perché avevano in dotazione mitragliette russe. Dopo uno dei vari scontri che seguirono tra le parti, alcuni soldati feriti del Che furono portati ad un ospedale dei petroliferi. Un giorno arrivò all’ospedale un sacerdote che chiese di poter far visita ai malati, ma la suora di guardia non lo fece entrare. I militari boliviani seguirono il sacerdote sospetto fino al convento ma, entrati, scoprirono che i finti religiosi erano appena scappati tutti. Vennero catturati poco dopo ad un posto di blocco. Furono i guerrilleros feriti che raccontarono che il loro comandante doveva attraversare un fiume per tornare in montagna. Nello scontro con i boliviani che ne seguì il Che rimase ferito e so che fu lui ad insegnare al soldato di guardia a curarlo. Partirono dall’Argentina con le sue impronte digitali, ma il Che fu riconosciuto dalla forma della fronte. Il comandante del plotone dell’esercito boliviano ordinò l’esecuzione di Guevara ad un soldato che era stato nostro alunno e che si rifiutò, tanto che dovette ucciderlo il comandante stesso. Il soldato era stato nostro alunno al liceo, si chiamava “Toti” - mi sembra che quello fosse il suo soprannome – ed era un bel giovane alto. Ci raccontò che il Che morì da eroe, ad occhi aperti, aprendo la camicia. Fu seppellito nel luogo dove lo avevano ucciso, in una località che si chiama Yeso, che in spagnolo vuol dire “gesso”, perché lì sotto c’erano gesso e calce. Ricordo che, nel clamore che ne seguì, che la gente diceva: “Ma chi sono i cattivi?”. Devo dire che nessuno si era accorto di niente circa l’arrivo dei rivoluzionari. Che Guevara se ne stava nascosto in mezzo alle montagne e non arrivò mai in contatto vero con la popolazione, non poté comunicare con nessuno.
Il ritorno in Italia.
Quando è tornata definitivamente in Italia?
Nel 1998. Mi intossicai per una cura di TBC. Al capitolo provinciale della Bolivia, annunciai di star male e che sarei tornata in Italia. Lì dissi alle suore locali, boliviane, che era per loro il momento di crescere e fare da sole e devo dire che, da quello che so, la superiora sta portando avanti bene il collegio: credo davvero che sia importante promuovere il clero nazionale boliviano e che si espanda il Regno di Dio nella loro terra.
Qualche consiglio ai missionari.
Può dare qualche consiglio a chi si sentisse chiamato alla missione?
La cosa più importante è sentirsi uno di loro. I popoli vanno accolti come sono e non ci si deve mai meravigliare di nulla. Se c’è il rispetto delle persone, se si manifesta apprezzamento, simpatia, se c’è accettazione del loro modo di essere, se si dimostra di amare la gente in mezzo a cui siamo chiamati ad operare, la gratitudine non ti mancherà mai. Il segreto è apprezzare, rispettare senza malizia, dimostrare con la condotta che si fa quel che si dice: non si cancella il bene che si fa e si riceve in contraccambio il bene compiuto. Personalmente ringrazio il Signore, la vocazione che mi ha dato e la capacità di custodirla.
“Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto”: questo versetto sintetizza il mio cammino di fede di adesione a Dio.
Mi chiamo Mimoza. Sono di origine albanese e vivo in Italia da tanti anni con la mia famiglia (musulmana).
Tutto è nato durante una celebrazione in cui mio nipote ha ricevuto la sua prima comunione. Ho avvertito che stava avvenendo qualcosa di speciale che mi ha scosso dentro. Nel corso del tempo, mentre mio nipote mi raccontava ciò che faceva a catechismo e il suo entusiasmo, ho iniziato a sentire il desiderio di far parte della grande famiglia che è la Chiesa. Per arrivare a ciò, occorre aver ricevuto i sacramenti. Quindi, dopo la mia richiesta al parroco, ho intrapreso il cammino di iniziazione cristiana, previsto per gli adulti, in cui entravo in una conoscenza più vicina del Vangelo… di Gesù. Mentre approfondivo questa conoscenza, accompagnata da una catechista, ho cominciato a frequentare il gruppo della Gioventù Francescana presente in parrocchia, che mi ha accolta come una sorella e mi ha fatto respirare questa bella spiritualità presentandomi i “compagni di viaggio”… san Francesco e santa Chiara, che sono diventati per me modelli di vita di semplicità e amore per l’Eucarestia.
Momento importante è stato la notte di Pasqua 2011 quando sono diventata figlia di Dio ricevendo i sacramenti di Battesimo, Cresima e Comunione! Grande gioia ed emozione!!!
La mia vita si è fatta più luminosa e piena di entusiasmo nella quotidianità. Poi ho cominciato a sentire un vuoto dentro ma non riuscivo a capire cosa fosse. Al pensiero che il Signore mi potesse chiamare non ci credevo. Dicevo: “Non può essere, sono battezzata da poco.” Ma, siccome “nulla è impossibile a Dio” e tutti i battezzati sono chiamati ad una missione, io ho osato… mi sono messa alla ricerca della volontà di Dio su di me. È stato un percorso lungo, intenso, faticoso, ma alla fine meraviglioso quando ho incontrato le suore Clarisse Francescane Missionarie del SS. Sacramento, in cui mi sono sentita subito accolta, in famiglia. Ho sentito di aver trovato il mio posto, lì dove si vive il carisma contemplativo – attivo, avendo come modelli Francesco e Chiara, che da subito mi hanno affascinata; il desiderio dell’Eucaristia che è al centro; la dedizione agli ultimi nelle varie forme di missione.
Tutto questo è stato confermato con il mio “Sì” nel giorno della Professione Temporanea, sabato 03 ottobre 2020 alla Badia di Bertinoro (FC), in cui il Signore mi ha donato la grazia della donazione totale a Lui, per essere con Lui un dono. Quella luce che si è accesa al mio Battesimo ora si fa più viva.
“Rivestendomi di luce” ora cerco di vivere ogni giorno per essere il Suo riflesso. La consapevolezza di essere amata e guidata da Dio è un punto di forza per camminare alla Sua sequela e aderire con tutte le fibre del mio cuore.
Suor Mimoza Asllani
CLARISSA FRANCESCANA MISSIONARIA DEL SS. SACRAMENTO
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